untitled

 

BIOGRAFIA

 

Rosario Di Bonito- Pozzuoli 1951,Roma 2008.

Trasferitosi a Napoli nella metà degli anni Sessanta

(qui si è laureato in Giurisprudenza), risiede a Roma dal 1989. Sono sempre rimasti forti i legami con Pozzuoli e i Campi Flegrei, poiché coltiva i suoi interessi umanistici riferiti a questo territorio fin dall’adolescenza. Inoltre, da decenni ha scambi culturali e frequentazioni con quegli studiosi locali distintisi per rigore e professionalità. Sia nei numerosi saggi, apparsi su qualificate riviste locali (“Bollettino Flegreo”;  “Proculus”;  “I Campi Flegrei”), sia nei suoi libri (cfr. Bibliografia), Rosario Di Bonito ha sempre e solo affrontato argomenti di storia e folklore flegreo “trascurati” dagli altri studiosi che l’hanno preceduto.

 

Rosario Di Bonito

ha pubblicato:

 

1) Torri e castelli dei Campi Flegrei, Adriano Gallina Editore, Napoli 1984.

2) Quarto. Storia, tradizioni e immagini, Nuove Edizioni, Napoli 1985.

3) Leggende Flegree, Azienda del Turismo, Pozzuoli 1985, illustrato da Enzo Marino.

4) Le Terme dei Campi Flegrei. Topografia storica, Jandi Sapi Editori, Milano-Roma 1992, con Raffaele Giamminelli.

5) Saggi di Storia e Folklore dei Campi Flegrei, Adriano Gallina Editore, Napoli 1996.

6) Pozzuoli. Uomini e vicende tra Medioevo e Età Moderna, Adriano Gallina Editore, Napoli 2002.

7) Racconti dei Campi Flegrei, Adriano Gallina Editore, Napoli 2004.

Ha inoltre curato:

- la ristampa (ed. 1960) del volume di Raimondo Annecchino, Storia di Pozzuoli e della zona flegrea,

Adriano Gallina Editore, Napoli 1996, con Raffaele Giamminelli.

- la ristampa anastatica (ed. 1892) della monografia di Gaetano Amalfi, La culla, il talamo e la tomba nel Napoletano Adriano Gallina Editore, Napoli 2005.

Ha in corso di pubblicazione una nuova edizione del suo secondo volume, dal titolo Quarto nei Campi Flegrei, nonché una terza raccolta di saggi.

Per la Libreria Neapolis, cura la Vetrina e l’Elenco Tematico on-line dedicati ai Campi Flegrei.

***

Elenco dei saggi del volume 5)

(Saggi di Storia e Folklore dei Campi Flegrei):

- Una fonte inedita sulla formazione del Monte Nuovo nel 1538: il manoscritto di Giovanni Antonio Nigrone. Raffronti con le testimonianze coeve.

- La dimora puteolana del marchese Giovan Battista

Manso e la cappella del Cristo degli Ulivi. Nota sulla prima edizione de Le antichità di Pozzuolo di

Ferrante Loffredo.

- Uno spaccato sociale di Pozzuoli nel journal di un libertino francese del ‘600:Jean-Jacques Bouchard. Raffronti con il diario di viaggio di Jacques de Villamont.

- Gli Ebrei a Bacoli nell’età moderna: valutazioni di una tradizione.

- Il presunto sacco di Pozzuoli nel 1799: una rilettura delle fonti bibliografiche.

- Le tradizioni popolari di Pozzuoli.

- La Vecchia del Carnevale e la rappresentazione carnevalesca della Lucia Canizza.

- Le leggende intorno al santuario di San Gennaro alla Solfatara.

- Il tempio di Iside a Cuma e la devozione popolare alla Madonna della Pace di Giugliano.

- Un racconto inedito: i sogni, il tesoro e l’Arco Felice.

Elenco dei saggi del volume 6)

(Pozzuoli. Uomini e vicende tra Medioevo ed Età Moderna):

- Nobili e notabili di Pozzuoli. Origini, vicende e note araldiche.

- Il culto di san Michele Arcangelo nei Campi Flegrei.

- Il discorso del cicerone puteolano Giacomo Sabbatino. Un manoscritto inedito d’inizio Settecento.

- Ritrovamento a Pozzuoli di una asserita reliquia di San Gennaro.

- La visita a Pozzuoli di un “aristocratico liberale” del Settecento: lo svizzero Karl Victor von Bonstetten.

- Il beato Nicolò da Forca Palena, “puteolano”.

- Amedeo VI di Savoia, il “Conte Verde”.

- I pescatori dell’Argentario.

- Maria Puteolana.

- Il Volto Santo della chiesa di San Celso a Pozzuoli.


 

       Una leggenda: un racconto intorno olfatti della vita arricchito dal misterioso e dal magico, un ricordo che si è alterato attraverso i vari testimoni e che il tempo ha enfatizzato, pur contenendo sempre nel suo profondo una verità che è difficile decifrare.

 

       Una leggenda: questa terra flegrea disegnata dal suo antico fuoco, con i suoi tanti crateri, oggi verdi colline contornate dal mare, punteggiata dai suoi molti laghi, occhi che guardano il ciclo, ancora scossa dai fremiti della sua giovinezza.

      Nella riscoperta dei valori della storia della nostra terra, così ricca di eventi e di misteri, nel riannodare i fili del passato per quelli che vogliono camminare, si innesta l'iniziativa dell'Azienda del Turismo, che oggi presenta questa raccolta di antiche leggende flegree.

 

       Questa scelta è stata curata con un approfondito studio delle fonti dal dr. Rosario Di Bonito e illustrata con un robusto disegno e una notevole forza cromatica che le ha rese visibili dall'artista Enzo Marino: ad essi va il nostro ringraziamento per l'impegno profuso,

 

       I fatti veri, quegli eventi che vengono riportati, navigano tra la storia e la fantasia e si ripropongono come leggende. E questa terra, che ancora oggi ha tanto misterioso fascino, aldilà della ragionevolezza, crea le premesse per un nuovo mito.

 

       Oggi che gli antichi eventi sismici sono di nuovo in atto, e Pozzuoli è sconvolta, i suoi figli, che sono stati costretti a fuggire, come se nulla fosse e potesse accadere, sfidando la natura ostile, ogni giorno, tra un boato e l'altro, con la caparbia speranza di ritornare, riaffollano, con amore eroico, le sconvolte vie, ricostruendone la vita,

   MARIO MANDUCA

 

15-LA PESTE

Fo piena ed indubitata fede io sottoscritto Nobile e Patrizio della città Pozzuoli, come nell'anno 1656 in tempo, che fu morbo contagioso in questa detta città; e proprio nel mese di agosto di detto anno, per placare l'ira Divina si concluse tanto dal Clero, quanto dal Popolo di prendere la statua del glorioso martire S. Gennaro dalla Chiesa delli RR.PP. Cappuccini della medesima città; come infatti andò il Reverendissimo Capitolo e il Clero, e tutto il popolo alla medesima città delli medesimi RR. Cappuccini da dove fu trasportata processiona/mente la detta statua alla chiesa costì, e nel mentre che si conduceva viddi bene nella faccia di essa statua alcuni righi rossi come si fosse detta statua con la mano strisciata, ossia rascagnata, al modo che fanno le donne, e questo fu proprio nella strada

  detta S. Gelso, anzi di più stava associato con meiiRev. D. Ambrosio Ruoti, al quale dissi guarda S. Gennaro, come sta così sgraffiata la faccia, e il medesimo confermo come io dissi. Portata che fu detta Statua a detta Cattedrale, detto Popolo, piangendo tutto, e da là un poco insorse una voce, che a detta statua l'era uscito il bobone, ossia bolla pestifera nella sua faccia, con che io per la curiosità di sì prodigioso miracolo mi accostai adesso, dove vidi, e bene osservai una bolla negro in detta faccia, e dipoi fra poco tempo non si vidde altro; vi rimase la cicatrice, come al presente si vede, e si osserva da tutti. Onde però in quel tempo io era d'anni 25 in circa, e in fede della verità ho fatto scrivere la presente fede e sottoscritta di propria mano.

       Pozzuoli, 27gennaio 1714                                            Io D. ANTONIO DAMIANO

                                                                                                       fo fede ut supra

----------------------------------

Testimonianza di don Antonio Damiano sull'evento miracoloso del 1656, in: P. DIEGO da SORRENTO, Cenni storici sul monumento secolare e convento di S. Gennaro in Fazzuoli, ivi, 1907 (li ed. 1896) p.57 sg.

 

     Nel 1713 il prete napoletano Nicolo Falcone mise ih dubbio il miracolo avvenuto molti anni prima durante la terribile pestilenza. A seguito di ciò alcuni vecchi cittadini puteolani, ultimi testimoni di quell'avvenimento, ritennero di dover rilasciare attestazione giurata a sostegno del prodigio operato dal santo martire sul suo busto marmoreo.

 

 

omaggio a / homage to / homenaje a

Rosario Di Bonito

http://www.rosariodibonito.net

--------

LEGGENDE FLEGREE

LEGENDS FLEGREE/LEYENDAS FLEGREE

MCMLXXXV

--------

Testo di / Text of Texto de

Rosario Di Bonito

Illustrazioni di/Illustrations of/Ilustraciones de

Enzo Marino

 

 

      Tra le varie componenti culturali di ogni comunità, il racconto leggendario occupa un posto di tutto riguardo per il substrato storico della sua origine, alterato dall'immaginario collettivo.

      Il rimando storico è evidente in molti dei quindici racconti qui raccolti. L'accentuarsi del fenomeno bradisismico e l'importanza dei bagni in età medioevale, nonché il culto per le reliquie, le scorrerie barbaresche e la frenetica ricerca di tesori tra il XVI ed il XVII secolo ne sono un esempio.

     L'aspetto fiabesco, invece, evidenzia come le diverse leggende flegree ruotano intorno a prefissati elementi narrativi, quali «il tesoro nascosto», «la grotta», «le sorgenti  di acqua», che assumono così un preciso ruolo simbolico.

     Se consideriamo sia le interpretazioni degli studiosi di miti e fiabe, sia il contesto  culturale dai quale queste leggende sono sorte, risulta che tali simboli riconducono tutti al tema dell'al di là. Anzi, tale tematica è così palese in alcuni racconti da non essere neanche mascherata da questi segni.

     I precedenti storici sono da ricercare addirittura in età precoloniale, con riferimento ai culti mantici dei favolosi Cimmeri, all'identificazione dei laghi flegrei con i fiumi infernali, alla discesa nell'Ade di eroi mitologici.

     Le antiche leggende flegree possono essere sommariamente suddivise in due gruppi, con riguardo all'epoca di diffusione: i racconti di età medioevale e quelli di epoca controriformistica.

      Nel primo gruppo si evidenziano le leggende associate al personaggio di Virgilio mago. Esse fanno parte di quel ciclo di racconti che storicizzano, secondo l'ipotesi avanzata da Roberto De Simone disegno di Virgilio, 1982), un culto al poeta mantovano, sorto per favorire la cristianizzazione di riti e credenze pagane non estirpabili dal tessuto culturale alto-medioevale.

      In età angioina le leggende virgiliane, quando trovarono una loro sistemazione letteraria nella Cronaca di Partenope, rappresentarono ormai gli avanzi di quella primitiva devozione al poeta-mago, respinti dalla cultura ufficiale come superstizione popolare.

      Basta considerare che già Pietro da Eboli, letterato della corte sveva e amico di quel Corrado di Querfurt che divulgò fuori Italia il ciclo di queste leggende, non fece il minimo accenno nel De balneis Terrae Laboris al famoso racconto sull'edificazione dei bagni di Baia ad opera di Virgilio.

      Il secondo gruppo di leggende ci è stato tramandato dagli autori del XVI e, ancor più, del XVII secolo, tra cui il Mazzella (1591), il Capaccio (1607), il Mormile (1617) ed il Sarnelli (1685).

     Il clima opprimente della Controriforma, con tutto il seguito di superstizioni, processioni penitenziali e risvegliate paure, nonché la discussa dominazione spagnola, con i suoi strascichi di epidemie e malgoverno, crearono un clima culturale che, riferito al Seicento, può essere definito come una «lunga e tormentosa incursione ai margini della notte».

     Lo stesso Atanasio Mozzillo, autore di questa felice espressione (Viaggio ai margini della notte, 1984), quando si accinge ad individuare le manifestazioni di paura e di mistero, gravanti intorno la capitale del viceregno secondo i resoconti dei viaggiatori secenteschi, non può che rifarsi alle leggende e credenze dei Campi Flegrei.

     Finanche benemeriti prelati puteolani si riconobbero nella atmosfera magica del tempo. Il vescovo Leonardo Vairo (1587-1603) riferì al Capaccio di infernali tregende, mentre Lorenzo Mongioio, altro vescovo di Pozzuoli (1617-30), subì un processo indetto dal Sant'Uffizio per aver incoraggiato riprovevoli ricerche di tesori nelle grotte del circondario.

     È interessante osservare la genesi di almeno una delle leggende qui riportate, come quella che prende le mosse da un episodio realmente accaduto nella prima decade del Cinquecento.

     In quel tempo un avventuriere spagnolo, tale Pietro di Pace, esplorò vanamente le grotte del monte Barbaro alla ricerca di tesori nascosti. La sua misera impresa servì come spunto per delle farse, di certo ispirate al teatro religioso. Infatti il personaggio dell'avventuriero, come riferisce il Di Falco (Antichità di Napoli..., 1535), era interpretato da un prete con le sue stesse fattezze. Nel corso della rappresentazione lo spagnolo, memore della sua fallita avventura, redarguiva gli illusi cercatori ed il tutto si concludeva alla luce di una scontata morale.

     Nel Seicento, però, la cronaca diventa leggenda e gli insegnamenti moraleggianti vengono soppiantati dal motivo fiabesco. Pietro di Pace avrebbe effettivamente trovato un tesoro ed il racconto si orpella di segnali ultraterreni. Basti considerare che la grotta non è più localizzata al Gauro, ma presso il lago d'Averne ed identificata col camminamento augusteo costruito da Lucio Cocceio.

                                                                                                               ROSARIO DI BONITO


 Nella successione delle leggende non si è tenuto conto del clima storico in cui esse sono ambientate, ma della/onte letteraria più antica.


      

1-IL DELFINO SIMONE                2-PASCASIO   

 

1-Essendo principe el divino Augusto, un delphino, condocto nel laco Lucrino, amò con meraviglioso amore un figliolo de un pover homo, quale andava omni dì da la sua villa de Baia ad Puczolo, a la schola de le littore, havendolo quello qual lo aspectava ad meczo dì attraete conpeczi de pane qual portava per questo, chiamandolo per nome de Simone...

      In qual se voglia tempo del dì chiamato da quel figliolo, benché occulto et nascosto/osse, dal profundo andava volando et, essendo ad mano pasciuto, offrea ad quello elsuo dorso quaihavea da salir e, ascondendo le spine de la penna come in una vagina, et, receputolo, lo portava adPuczolo per grande spacio de mare per giocare, reportandolo in simil modo per molti anni, mentre essendo il picco lino per morbo morto, tornando al consueto loco spesse volte, esso anche, malanconoso et simile ad chi piange, morì per desiderio de quello: 'del che nessuno dubita.

 ----------------------------

G.S. Plinio il Vecchio, Storia naturale, IX, Vili, trad. in «napolitano misto» di G. BRANCATI (inedito del XV secolo), a cura di S. GENTILE, Napoli, 1974, III, p. 834 sg.

 

     Per quanto la leggenda risale per lo meno al periodo augusteo, essa dovette essere così diffusa in una città marinara come Pozzuoli che tutti gli scrittori di epoca posteriore, dal Gazzella al De Criscio, ritennero di doverla riferire.

 

     Il tema del bambino che cavalca il delfino ha analogie con quello dell'uomo-pesce, così come è rappresentato nel ciclo di leggende siculo-napoletane imperniate sulla figura di Cola Pesce.


2-Essendo ancor'io giovinetto, e Laico, udii raccontare da’ miei maggiori, che Pasquasio Diacono di questa Santa Sede Apostolica era stato un'buomo di molte santità, gran Limosiniere, Padre de' poveri, et humilissimo. Hor molto tempo dopo la morte di lui, fu ordinato da' Medici a Germano Vescovo di Capova, che pigliasse i bagni di Agnano, per beneficio della sua corporal salute. Entrato il sudetto Vescovo nell'accennato luogo, trovò, che il mentovato Pasquasio se ne stava ne'suddetti, per la qualcosa hebbe un gran timore; mafallosi animo gli dimando che cosa mai quivi facesse huom così grande; a cui Pasquasio rispose: Non per altro son'io stato diputato a stare in questo luogo penale, se non perché io tenni le parti diLorenzo contro Simmaco nel Pontificato; ma vi scongiuro, che voi preghiate Dio per me; ed ali'bora conoscerete esser voi stato esaudito quando facendo voi qui ritorno, non mi vi trovarete. Il che avvenne dopo non molti dì.

 ----------------

 Gregorio Magno, Dialoghi, IV, XL, in: P. SARNELLI, Guida de'forestieri curiosi di vedere e d'intendere le cose più notabili di Fazzuoli..., Napoli, 1702, (I" ed. 1685), p. 14 sg. 

     Questa leggenda (da cui il nome Stufe di S. Germano dato a questi sudatori) denota chiaramente la sinistra fama che all'epoca godeva Agnano, fama rinforzatasi nei secoli successivi quando si formò l'omonimo lago (X secolo). Questo fu creduto popolato da esseri mostruosi, mentre le sue sponde erano infestate da serpi che avrebbero attinto veleno da un grosso serpente nascosto sul monte Spina.

      Inoltre nelle vicinanze si apriva la grotta del Cane, una mofeta dove, per mera curiosità sa-

dica, si facevano soffocare cani ed altri piccoli animali.

 

3-DIOSCUROS                               4-LE ANIME  

3-Dioscuros, il padrone di una nave, che aveva accolto Paolo a Siracusa, essendo molto benevolo verso Paolo perché costui aveva strappato suo figlio alla morte, lasciò la propria nave a Siracusa, e l'accompagnò a Pozzuoli. E alcuni dei discepoli di Pietro che si trovavano raccolsero Paolo e lo pregarono di rimanere con loro; e Paolo rimase una settimana, ma nascondendosi a causa degli  ordini di Cesare.

       Tutti i magistrati della città lo aspettavano per catturarlo ed ucciderlo. Ma Dioscuros il capitano, per caso essendo anche egli stempiato, si vestì della sua tunica di marinaio, e parlando incautamente andò nella città di Pozzuoli il primo giorno. E i magistrati, pensando che egli era Paolo, lo arrestarono e lo uccisero, e mandarono la sua testa a Cesare...

       Ma Paolo a Pozzuoli, quando sentì che Dioscuros era stato decapitato, si dolse con un gran dolore, e alzando gli occhi verso il ciclo, disse, «Onnipotente e celeste Signore, tu che mi hai accompagnato in ogni luogo dove ho viaggiato, per l'amore del figlio unigenito del tuo Verbo, nostro Signore Gesù Cristo, castigo questa città, ed escludi tutti coloro che credono in Dio e seguono il tuo Verbo».

      Ed a loro disse, «Seguitemi». E uscendo daPozzuoli insieme con loro credevano nel verbo di Dio, vennero ad un luogo chiamato Baia; e osservarono con i loro occhi, e videro la città, quella chiamata Pozzuoli, sommersa nel fondo del mare, alla profondità di un braccio. E li rimane, sotto il mare, come un monumento, fino ad oggi.

--------------

Anonimo del IX secolo, Atti dei Ss. Pietro e Paolo, VIII-IX e XI-XII, in: M. FREDERIKSEN, Una fonte trascurata sul bradisismo puteolano, Atti 33 dei Convegni Lincei, Roma, 1977, p. 122 sg.

     Il bradisismo discendente, già in atto dal II secolo a.C, ebbe una tale impennata nel VII-Vili secolo che si volle interpretare il fenomeno come una punizione divina e collegarlo alla visita di san Paolo a Pozzuoli, avvenuta però molti secoli prima (61 d.C).

     Lo stesso motivo, presente ad Agnano per ciò che concerneva la formazione del lago, servì in seguito ad Andrea Ferrucci come spunto per un suo poema (L'Agnano zeffonnato, 1678).


4- Non mi par da tacere ciò ch'io appresi dall'arcivescovo Umberto, uomo di somma autorità. Tornando egli dai confini di Puglia, asseriva essere nel territorio diPozzuoli un promontorio sassoso e Tonchioso, sorgente di mezzo ad acque negre e puzzolenti. Fuor da quell'acque vaporanti si vedono repentinamente sorgere, per consueta usanza, uccelli di spaventevole aspetto, i quali,   dall'ora vespertina del sabato sino al nascer del sole del lunedì, son soliti mostrarsi alla vista degli uomini. ...

        Come schiara l'ora matutina del lunedì, ecco che un corvo, grande quanto un avvoltoio, si mette lor dietro, gravemente gracchiando dalla concava gorga, Quegli incontanente si sommergono    nell'acque e si nascondono, ne pia si lascian vedere, sino a che all'imbrunire del sabato novamente si levano dalla voragine dello stagno sulfureo. Però vogliono alcuni che sieno essi anime d'uomini dannati alle vendicatrici pene dell'Inferno, le quali anime, tormentate tutti gli altri giorni della settimana, abbiano, a gloria della risurrezione di Cristo, refrigerio la domenica e l'una e l'altra notte tra cui quella è compresa.

 ------------------ 

PIER DAMIANI, Epistola IX, ad Nicolaum II pontefìcem maximum, in: A. GRAF, Miti, leggende e suerstizioni del Medio Evo, Milano, 1984 (I3 ed. 1925), p. 158.

      Lo stesso arcivescovo Umberto - stando a ciò che scrive il Graf - riferì di aver appreso la credenza «dagli abitanti della campagna di Pozzuoli».

     Identico racconto è riportato da Corrado di Querfùrt, che localizza il prodigio all'isola d'Ischia.

     Il motivo del «riposo dei dannati» è ricorrente nelle leggende medioevali.


                    

  5-VIRGILIO                                             6-I BAGNI   

 5-Donde è maravigliare se lo ditto Virgilio ebbe tante scienzie e tante virtute, imperochè in-de-lo tempo de la soa gioventù, secundo se legge aduna cronica antiqua, intrao a la cita che sta dentro Monte Barbaro cavato di sotto, una con un suo discipulo chiamato Filomene, volendo avere chiara notizia de li mir acuii della detta cita e di quelle cose che aveva operato Chironte filosofo. E là trovare la sepultura de lo ditto Chironte; e li levò di sotto la testa un libro, co' lo quale si fé' dottissimo e ammaistrato in-de-la nigromanzia et in-de-le altre scienzie.

--------------- 

 Anonimo del XIV secolo, Cronaca di Partenope, a cura di A. ALTAMURA, Napoli, 1974, p. 82.

     La vicinanza del monte Barbaro al lago d'Averne aveva dato adito, già nel medioevo, alla credenza in un legame tra il colle ed il mondo sotterraneo. Virgilio scende nell'Ade (la città sotto il monte) per farsi iniziare alla magia dal suo maestro ed il tutto è sintetizzato dal ritrovamento di un «libro del comando» sotto le spoglie di un sapiente.


 6-Considerando ancora il preditto poeta eximio (Virgilio) che in-della parte di Baia appresso di Cuma erano le acque calde, avendo diversi cursi sotto terra per le vene e macerie di diverse operazioni di solfo, zoè di allume e di ferro, di pece e di argento vivo, le quali acque abundavano di diverse virtute; considero adunca di f arene edificare per la comune salute de li citadini di Napoli e per la utilità di tutta la republica multi e diversi bagni; e massimamente quel bagno lo quale è chiamato Tritola, in-del quale erano scritti tutti li nomi e virtute di tutte le acque, specificatamente per sottile magisterio defrabiche designate, a ciò che li poveri malati senza aiuto o consiglio di medici, di quali senza alcuna carità domandano esserne pagati, potesseno de la desiderata sanità trovare remedio di loro infìrmitate. In-de-li quali bagni li cattivi medici di Salerno dimostrare la loro poca carità e grande loro iniquità, impero che una notte, navigando perfi' a li ditti bagni, diguastaro tutte le scritture e pinture scritte epente in-de-li bagni con ferri et altri instrumenti da dirompere li ditti edificii. La insta e condegna virtù di Dio lipunìo: che, come li ditti medici ritornavano a Salerno per mare, furono assaltati da una grandissima tempestate e fortuna di mare, onde tutti annegare per la detta tempestate, excepto uno, lo quale manifestao questa cosa, e dicesse che proprio annegare intra Capre e la Minerva.

------------------------

Anonimo del XIV secolo, Cronaca di Partenope, a cura di A. ALTAMURA, Napoli, 1974, p. 79.

     Il racconto farebbe ipotizzare che in età medioevale i bagni di Baia, apprezzati per le loro virtù finanche nei secoli bui delle invasioni barbariche, fossero discreditati dalla famosa scuola medica salernitana. Resta da considerare che Pietro da Eboli, cantore delle acque termali flegree, sembra essere stato un medico appartenente proprio a tale illustre scuola.


       

7-LA GROTTA                                     8-MARIA PUTEOLANA  

 

 7-Avendo ancora lo ditto poeta (Virgilio) advèrtenza alle fatiche e tedii de li cittadini di Napoli, che voleano gire spisso a Pozzuolo et a li bagni sovrascritte di Baia per li arbusti  di un monte durissimo, lo quale era principio di affanno a quelli che volevano passare lo sovraditto monte, tanto da capo quanto da piede  fé apenre, inansi che ce comenzasse, la grotta. E considerando per  geometria con una mesura per poter cavare sotto di questo monte ordino che fosse forato e cavato il monte preditto, fé'fare una cava overo grotta di longezza e di largezza con tanta subtilità ordinata che la mito de la ditta grotta per lo nascimento del sole lucie da parte di levante da la matinaperfì a mezodì e da mezodìperfì a la posta del sole; lucie l'altra mità da la parte di ponente. Et imperochè il luogo era tenebroso et obscuro e per questo a quelli che passavano pareva male siguro in tal disposizione di pianeti e cursi di stelle, fo la detta grotta cavata e di tale grazia dotata che in niuno tempo, non di guerra e non di pace, fo fatto mai atto disonesto, neper omicidio, ne per robarìa, ne per forzamento difemene, senza timore ne suspicione a quelli che ce passano e non se ncepb ordinare imbuscamento; e questo e provato et indutto perf a' nostri tempi.

-------------------------------- 

  Anonimo del XIV secolo, Cronaca di Partenope, a cura di A. ALTAMURA, Napoli, 1974, p. 80.

 

 La crypta neapolitana (o grotta di Pozzuoli) è stata da secoli considerata, oltre che come camminamento, ma anche come luogo sacro. I culti pagani a Mitra e Lampsaco, nonchè quelli cristiani alle madonne dell Idria e di Piedigrotta, ne sono una testimonianza. Tra i due momenti si insensce il culto a Virgilio-mago.la cui tomba è stata identificata dalla tradizione in un colombario

sito presso l’ingresso orientale della grotta.


  8-Erano convenuti insieme da vari paesi alcuni uomini robustissimi, e indurati nel monetar delle armi: i quali a diversi luoghi incamminati, ivi si erano riuniti per caso; e sentito parlar tant'alto della forza di questa donna (Maria Puteolana),  venne loro vaghezza di farne esperimento. Secondochè a tutti piacque, salimmo dunque sulla rocca diPozzuoli, e la trovammo che solo soletta e di non so che pensosa, innanzi le porte della Chiesa sfavasi,  passeggiando. Ella non si die' per intesa del giunger nostro: ma noi ci facemmo a pregarla che le piacesse della sua forza darci una prova.

Dopo molte scuse, perchè diceva di avere male ad un braccio, chiese che a lei si recasse una pesantissima pietra, e una grand asta di ferro, e poich'essa l'ebbe lanciata nel mezzo, invito gli altri a provarsi di  fare lo stesso. Dirollo in poche parole: dopo lunghi contrasti, siccome avviene fra persone di condizioni uguali, con accesissima gara tutti lo fecero, ed ella intanto giudicava in silenzio delle forze di ciascuno.

Da ultimo lanciandole ella stessa senza fatica, a tutti si dimostro superiore, che tutti di stupore, io di vergogna ancora ne rimasi compreso, e partimmo di quel luogo incerti se s'avesse a prestar fede a' nostri occhi, o fossimo da qualche prestigio rimasi illusi.

-----------------------------

Lettera di Francesco Petrarca al cardinale Giovanni Colonna, datata 23 novembre 1343 (Epistolae de rebus familiaribus, V, IV), in F. Petrarca, Lettere, trad.G. FRACASSETTI,Firenze 1864 II p 20 sg.

     Ancora vivente la virago, già si favoleggiava sulle sue presunte imprese, come precisa lo stesso Petrarca in questa lettera. Comunque, al di fuori di questa testimonianza, non abbiamo nessuna altra notizia fondata riguardante Maria. Per quanto non vi è ragione di dubitare su quanto riferito dal Petrarca, è da considerare che nelle epistole la fantasia del poeta prende, talvolta, il sopravvento sulla imparzialità del testimone.


             

 

9-PIETRO DI PACE                                 10-L’AVERNO    

 

9-Permise il Viceré (don Giovanni d'Aragona) in quei tempi ad uno spagnuolo per nome Pietro di Pace, goffo ma generoso,  d'andare a ritrovare un tesoro nel Monte Barbaro presso Fazzuoli, nelle cui grotte entro con torchio acceso in una mano, e colla daga ignuda nell'altra, facendogli scorta un Ricciolo schiavo nero con face accesa; e trovo infatti medaglie, lucerne, statue antiche, e certi acquedotti di piombo, e di metallo, colle iscrizioni, che dicevano: Imperator Caesar. Ma io mi persuado, che la grotta accennata non fosse nel Monte Barbaro, ma più tosto quella, ch'è nel territorio di Cuma sotto l'Arco felice, ch'oggi chiamasi, la grotta di Pietro di Pace.

 ---------------- 

D.A. PAPPINO, Teatro eroico, e politico de' governi de' Viceré del Regno di Napoli, ivi, 1692-94, p. 47

      La febbre dell'oro, ossia l'affannosa ricerca di tesori nelle grotte flegree, scoppiò nel XVI- XVII secolo, per quanto già si narrava che Ruggiero il Normanno avesse avuto fortuna in una simile impresa.

     Tutte le gallerie del territorio furono interessate a queste vane ricerche, per quanto le grotte del monte Barbaro godettero di maggior fama presso gli avventurieri.


 10-Ove si vede Tripergola, e il bagno dell'Arco, e il bagno di Raniero, e il bagno Vecchio di Tripergola, vi è il monte di Christo, così nominato, secondo il volgo, perché dicono, che Christo nostro redentore, nel tempo, che risuscitò da morte in vita, e scese nell'Inferno a liberar l'anime de' Santi Padri, 'che stavano nel Limbo; nel passare poi che fece dall'Averno, cioè dall'Inferno, con le  squadre de' Santi Padri, pigliò detto gran monte, e otturò la bocca dell'Inferno, e per questo vogliono alcuni, che si chiami monte di Christo.

--------------------------- 

S. MAZZELLA, Sito et antichità della città di Fazzuolo..., Napoli, 1606 (I-1 ed. 1591), p. 83.

 

     Il motivo della discesa nell'Ade, ricorrente nella mitologia classica (Ulisse, Enea, Orfeo, Èrcole), è ancora presente in età medioevale in chiave cristiana. Questa volta Cristo è l'eroe che scende e ritorna dagli Inferi per la salvezza dell'umanità, come ci è dato da intendere dalla raffigurazione della chiusura della bocca infernale a mezzo del «monte di Cristo» (attuale monte Barbaro).

 Nel medioevo la stessa leggenda individuava nel bagno di Tripergole il luogo di passaggio del Redentore.


  

11-I DIAVOLI                                    12- LA PIETRA DI SANGUE 

 

11-Mi raccontò un giorno il Vescovo (Leonardo Vairo) che gli anni a dietro ad'un giovane Pugliese, che studiava in Napoli, essendo stato rubato ciò che haveva; faftosi tentare dal Diavolo, gli promise, che se gli avesse fatto recuperare la robba perduta, gli havrebbe fatta promissione di darsegli in potestà, con farne di ciò testimonianza in una poliza scritta col suo proprio sangue. E     per'esseguire questa diabolica volontà, se n'andò alla Solfatara, ove invocato il Diavolo, cavatesi sangue dal braccio scrisse la poliza. Il che non tantosto fece, che si vidde in tanta confusione, e con tanti Diavoli attorno, chefattosi il segno della Croce, si ritiro al Convento de Padri Cappuccini, e narrato il tutto al Guardiano, volle questo buon 'P rate farne partecipe il Vescovo, ch'haveva carico da Roma di riconoscer tutti i negotii di Religione. E'l Vescovo volle avisarne sua Santità, il quale comando, che si cercasse per'il giovane, e che fusse condannato nelle galere, come veramente fu esseguito.

 -------------------- 

G.C. CAPACCIO, La vera antichità di Fazzuolo..., Roma, 1652 (I3 ed. 1607), p. 111. 

     I boati della Solfatara, causati dai noti eventi sismici del XVI secolo, dovettero dar origine a questa leggenda. 

     Il Vairo, vescovo di Pozzuoli dal 1587 al 1603, fu autore di un trattato sulla magia (De fascino, 1583), la cui lettura aiuta a comprendere il realismo del racconto. Scrive il vescovo, ad esempio, che la fascinazione (ossia la jettatura) è «una qualità perniciosa indotta per arte di dèmoni, in virtù di un patto tacito od espresso con i dèmoni».

 

12-Quivi {presso la Solfatara) da V edeli fu eretta una Chiesa, se ben piccola in memoria di San Gennaro, facendovi scolpire in bianco marmo la sua testa da uno Scultore Gentile, co' segni datigli da quella Madrona, che raccolse Usuo sangue; ...a destra si vede una pietra insanguinata, su la quale appoggio le mani la Donna, che raccolse il sangue; avvegnaché altri dicano, che ivi fosse stato decapitato il Santo, perche stava questa pietra sotto l'Altare con l'iscrizione: Locus Decollationis S aneti Januarii, 6- Sociorum eius.

------------------- 

P. SARNELLI, Guida de'forestieri curiosi di vedere e d'intendere le cose più notabili di Fazzuoli..., Napoli, 1702 (I» ed. 1685), p. 44 sg.

 

     Nel '500, per giustificare l'origine delle ampolline custodite nel Duomo di Napoli e contenenti il preteso sangue di san Gennaro, cominciò a circolare la leggenda della pia donna che raccolse le reliquie.

 

     La stessa leggenda, con opportune variazioni, servì poi ad avvalorare la credenza di macchie dello stesso sangue sulla pietra custodita nel santuario di S. Gennaro alla Solfatara (ovvero il blocco stipite di un altare paleocristiano).

 

     Il fenomeno del ravvivamento delle macchie è documentato in epoca successiva alla divulgazione di questa leggenda, in quanto le prime notizie risalgono al 1744.


     

               13-I SARACENI                         14-LA PALLA D’ORO

13-Ne’ tempi de' Saracini, devastaron que' Barbari molti luoghi di Pozzoli, e ruppero le più belle statue, e fra l'altre questa di S. Gennaro, cui tagliarono il naso, che dispersosi, procurò la Città di Napoli di rifarlo, ma invano, riuscendo confortevole ogni materia', indi a molti anni fu rinvenuto da' pescatori entro le reti, e più volte buttato come vii petruccia; ma continuando a farsi vedere, alla fine fu riconosciuto, e portato alla Statua si spiccò da se stesso, e senza magistero alcuno vi s'affìsse, come appunto si vede col segno solo del taglio.

------------------ 

P. SARNELU, Guida de'forestieri curiosi di vedere e d'intendere le cose più notabili di Fazzuoli..., Napoli, 1702 (la ed. 1685), p. 46.

      Successivi racconti agiografici collegano l'episodio alle incursioni saracene dell'alto medioevo. Questa data2ione è stata ampiamente contestata, poiché il busto marmoreo risale al XIII secolo.

      La leggenda va storicizzata, a nostro avviso, nel corso della prima metà del XVI secolo, quando i barbareschi razziarono a più riprese la costa e le isole flegree.

 

14-Vicino detto giardino (del convento dei Cappuccini alla Solfatara) vi è una grotta ben grande, che vi può andare agiatamente una carrozza; e l'entrata è a Mezzo-giorno, e volta verso Settentrione. Si dice, che per quella grotta s'andasse da Pozzuoli allago d'Agnano; questa grotta è stata vista, e osservata dal Regio Consigliere Don Biagio Aldimari, che ha data questa, e altre notizie. Dicono i Padri di detto Convento, che anni sono essendosi cavato un sasso nell'entrata di detta grotta, per riporvi la neve a fine di conservarla per l'Estate, ritrovarono una palla d'oro, della quale si fé la Pisside, che si conserva nella loro Chiesa; intorno alla quale palla erano alcune lettere scritte, che per negligenza non se ne osservo il significato.