omaggio a / homage to / homenaje a
Rosario Di Bonito
http://www.rosariodibonito.net
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LEGGENDE FLEGREE
LEGENDS FLEGREE/LEYENDAS FLEGREE
MCMLXXXV
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Testo di / Text of Texto de
Rosario Di Bonito
Illustrazioni di/Illustrations of/Ilustraciones de
Enzo Marino

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Tra le varie componenti culturali di ogni comunità, il racconto leggendario occupa un posto di tutto riguardo per il substrato storico della sua origine, alterato dall'immaginario collettivo.
Il rimando storico è evidente in molti dei quindici racconti qui raccolti. L'accentuarsi del fenomeno bradisismico e l'importanza dei bagni in età medioevale, nonché il culto per le reliquie, le scorrerie barbaresche e la frenetica ricerca di tesori tra il XVI ed il XVII secolo ne sono un esempio.
L'aspetto fiabesco, invece, evidenzia come le diverse leggende flegree ruotano intorno a prefissati elementi narrativi, quali «il tesoro nascosto», «la grotta», «le sorgenti di acqua», che assumono così un preciso ruolo simbolico.
Se consideriamo sia le interpretazioni degli studiosi di miti e fiabe, sia il contesto culturale dai quale queste leggende sono sorte, risulta che tali simboli riconducono tutti al tema dell'al di là. Anzi, tale tematica è così palese in alcuni racconti da non essere neanche mascherata da questi segni.
I precedenti storici sono da ricercare addirittura in età precoloniale, con riferimento ai culti mantici dei favolosi Cimmeri, all'identificazione dei laghi flegrei con i fiumi infernali, alla discesa nell'Ade di eroi mitologici.
Le antiche leggende flegree possono essere sommariamente suddivise in due gruppi, con riguardo all'epoca di diffusione: i racconti di età medioevale e quelli di epoca controriformistica.
Nel primo gruppo si evidenziano le leggende associate al personaggio di Virgilio mago. Esse fanno parte di quel ciclo di racconti che storicizzano, secondo l'ipotesi avanzata da Roberto De Simone disegno di Virgilio, 1982), un culto al poeta mantovano, sorto per favorire la cristianizzazione di riti e credenze pagane non estirpabili dal tessuto culturale alto-medioevale.
In età angioina le leggende virgiliane, quando trovarono una loro sistemazione letteraria nella Cronaca di Partenope, rappresentarono ormai gli avanzi di quella primitiva devozione al poeta-mago, respinti dalla cultura ufficiale come superstizione popolare.
Basta considerare che già Pietro da Eboli, letterato della corte sveva e amico di quel Corrado di Querfurt che divulgò fuori Italia il ciclo di queste leggende, non fece il minimo accenno nel De balneis Terrae Laboris al famoso racconto sull'edificazione dei bagni di Baia ad opera di Virgilio.
Il secondo gruppo di leggende ci è stato tramandato dagli autori del XVI e, ancor più, del XVII secolo, tra cui il Mazzella (1591), il Capaccio (1607), il Mormile (1617) ed il Sarnelli (1685).
Il clima opprimente della Controriforma, con tutto il seguito di superstizioni, processioni penitenziali e risvegliate paure, nonché la discussa dominazione spagnola, con i suoi strascichi di epidemie e malgoverno, crearono un clima culturale che, riferito al Seicento, può essere definito come una «lunga e tormentosa incursione ai margini della notte».
Lo stesso Atanasio Mozzillo, autore di questa felice espressione (Viaggio ai margini della notte, 1984), quando si accinge ad individuare le manifestazioni di paura e di mistero, gravanti intorno la capitale del viceregno secondo i resoconti dei viaggiatori secenteschi, non può che rifarsi alle leggende e credenze dei Campi Flegrei.
Finanche benemeriti prelati puteolani si riconobbero nella atmosfera magica del tempo. Il vescovo Leonardo Vairo (1587-1603) riferì al Capaccio di infernali tregende, mentre Lorenzo Mongioio, altro vescovo di Pozzuoli (1617-30), subì un processo indetto dal Sant'Uffizio per aver incoraggiato riprovevoli ricerche di tesori nelle grotte del circondario.
È interessante osservare la genesi di almeno una delle leggende qui riportate, come quella che prende le mosse da un episodio realmente accaduto nella prima decade del Cinquecento.
In quel tempo un avventuriere spagnolo, tale Pietro di Pace, esplorò vanamente le grotte del monte Barbaro alla ricerca di tesori nascosti. La sua misera impresa servì come spunto per delle farse, di certo ispirate al teatro religioso. Infatti il personaggio dell'avventuriero, come riferisce il Di Falco (Antichità di Napoli..., 1535), era interpretato da un prete con le sue stesse fattezze. Nel corso della rappresentazione lo spagnolo, memore della sua fallita avventura, redarguiva gli illusi cercatori ed il tutto si concludeva alla luce di una scontata morale.
Nel Seicento, però, la cronaca diventa leggenda e gli insegnamenti moraleggianti vengono soppiantati dal motivo fiabesco. Pietro di Pace avrebbe effettivamente trovato un tesoro ed il racconto si orpella di segnali ultraterreni. Basti considerare che la grotta non è più localizzata al Gauro, ma presso il lago d'Averne ed identificata col camminamento augusteo costruito da Lucio Cocceio.
ROSARIO DI BONITO
Nella successione delle leggende non si è tenuto conto del clima storico in cui esse sono ambientate, ma della/onte letteraria più antica.

1-IL DELFINO SIMONE 2-PASCASIO
1-Essendo principe el divino Augusto, un delphino, condocto nel laco Lucrino, amò con meraviglioso amore un figliolo de un pover homo, quale andava omni dì da la sua villa de Baia ad Puczolo, a la schola de le littore, havendolo quello qual lo aspectava ad meczo dì attraete conpeczi de pane qual portava per questo, chiamandolo per nome de Simone...
In qual se voglia tempo del dì chiamato da quel figliolo, benché occulto et nascosto/osse, dal profundo andava volando et, essendo ad mano pasciuto, offrea ad quello elsuo dorso quaihavea da salir e, ascondendo le spine de la penna come in una vagina, et, receputolo, lo portava adPuczolo per grande spacio de mare per giocare, reportandolo in simil modo per molti anni, mentre essendo il picco lino per morbo morto, tornando al consueto loco spesse volte, esso anche, malanconoso et simile ad chi piange, morì per desiderio de quello: 'del che nessuno dubita.
G.S. Plinio il Vecchio, Storia naturale, IX, Vili, trad. in «napolitano misto» di G. BRANCATI (inedito del XV secolo), a cura di S. GENTILE, Napoli, 1974, III, p. 834 sg.
Per quanto la leggenda risale per lo meno al periodo augusteo, essa dovette essere così diffusa in una città marinara come Pozzuoli che tutti gli scrittori di epoca posteriore, dal Gazzella al De Criscio, ritennero di doverla riferire.
Il tema del bambino che cavalca il delfino ha analogie con quello dell'uomo-pesce, così come è rappresentato nel ciclo di leggende siculo-napoletane imperniate sulla figura di Cola Pesce.
2-Essendo ancor'io giovinetto, e Laico, udii raccontare da’ miei maggiori, che Pasquasio Diacono di questa Santa Sede Apostolica era stato un'buomo di molte santità, gran Limosiniere, Padre de' poveri, et humilissimo. Hor molto tempo dopo la morte di lui, fu ordinato da' Medici a Germano Vescovo di Capova, che pigliasse i bagni di Agnano, per beneficio della sua corporal salute. Entrato il sudetto Vescovo nell'accennato luogo, trovò, che il mentovato Pasquasio se ne stava ne'suddetti, per la qualcosa hebbe un gran timore; mafallosi animo gli dimando che cosa mai quivi facesse huom così grande; a cui Pasquasio rispose: Non per altro son'io stato diputato a stare in questo luogo penale, se non perché io tenni le parti diLorenzo contro Simmaco nel Pontificato; ma vi scongiuro, che voi preghiate Dio per me; ed ali'bora conoscerete esser voi stato esaudito quando facendo voi qui ritorno, non mi vi trovarete. Il che avvenne dopo non molti dì.
Questa leggenda (da cui il nome Stufe di S. Germano dato a questi sudatori) denota chiaramente la sinistra fama che all'epoca godeva Agnano, fama rinforzatasi nei secoli successivi quando si formò l'omonimo lago (X secolo). Questo fu creduto popolato da esseri mostruosi, mentre le sue sponde erano infestate da serpi che avrebbero attinto veleno da un grosso serpente nascosto sul monte Spina.
dica, si facevano soffocare cani ed altri piccoli animali.

3-DIOSCUROS 4-LE ANIME
3-Dioscuros, il padrone di una nave, che aveva accolto Paolo a Siracusa, essendo molto benevolo verso Paolo perché costui aveva strappato suo figlio alla morte, lasciò la propria nave a Siracusa, e l'accompagnò a Pozzuoli. E alcuni dei discepoli di Pietro che si trovavano raccolsero Paolo e lo pregarono di rimanere con loro; e Paolo rimase una settimana, ma nascondendosi a causa degli ordini di Cesare.
Tutti i magistrati della città lo aspettavano per catturarlo ed ucciderlo. Ma Dioscuros il capitano, per caso essendo anche egli stempiato, si vestì della sua tunica di marinaio, e parlando incautamente andò nella città di Pozzuoli il primo giorno. E i magistrati, pensando che egli era Paolo, lo arrestarono e lo uccisero, e mandarono la sua testa a Cesare...
Ma Paolo a Pozzuoli, quando sentì che Dioscuros era stato decapitato, si dolse con un gran dolore, e alzando gli occhi verso il ciclo, disse, «Onnipotente e celeste Signore, tu che mi hai accompagnato in ogni luogo dove ho viaggiato, per l'amore del figlio unigenito del tuo Verbo, nostro Signore Gesù Cristo, castigo questa città, ed escludi tutti coloro che credono in Dio e seguono il tuo Verbo».
Ed a loro disse, «Seguitemi». E uscendo daPozzuoli insieme con loro credevano nel verbo di Dio, vennero ad un luogo chiamato Baia; e osservarono con i loro occhi, e videro la città, quella chiamata Pozzuoli, sommersa nel fondo del mare, alla profondità di un braccio. E li rimane, sotto il mare, come un monumento, fino ad oggi.
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Anonimo del IX secolo, Atti dei Ss. Pietro e Paolo, VIII-IX e XI-XII, in: M. FREDERIKSEN, Una fonte trascurata sul bradisismo puteolano, Atti 33 dei Convegni Lincei, Roma, 1977, p. 122 sg.
Il bradisismo discendente, già in atto dal II secolo a.C, ebbe una tale impennata nel VII-Vili secolo che si volle interpretare il fenomeno come una punizione divina e collegarlo alla visita di san Paolo a Pozzuoli, avvenuta però molti secoli prima (61 d.C).
Lo stesso motivo, presente ad Agnano per ciò che concerneva la formazione del lago, servì in seguito ad Andrea Ferrucci come spunto per un suo poema (L'Agnano zeffonnato, 1678).
4- Non mi par da tacere ciò ch'io appresi dall'arcivescovo Umberto, uomo di somma autorità. Tornando egli dai confini di Puglia, asseriva essere nel territorio diPozzuoli un promontorio sassoso e Tonchioso, sorgente di mezzo ad acque negre e puzzolenti. Fuor da quell'acque vaporanti si vedono repentinamente sorgere, per consueta usanza, uccelli di spaventevole aspetto, i quali, dall'ora vespertina del sabato sino al nascer del sole del lunedì, son soliti mostrarsi alla vista degli uomini. ...
Come schiara l'ora matutina del lunedì, ecco che un corvo, grande quanto un avvoltoio, si mette lor dietro, gravemente gracchiando dalla concava gorga, Quegli incontanente si sommergono nell'acque e si nascondono, ne pia si lascian vedere, sino a che all'imbrunire del sabato novamente si levano dalla voragine dello stagno sulfureo. Però vogliono alcuni che sieno essi anime d'uomini dannati alle vendicatrici pene dell'Inferno, le quali anime, tormentate tutti gli altri giorni della settimana, abbiano, a gloria della risurrezione di Cristo, refrigerio la domenica e l'una e l'altra notte tra cui quella è compresa.
PIER DAMIANI, Epistola IX, ad Nicolaum II pontefìcem maximum, in: A. GRAF, Miti, leggende e suerstizioni del Medio Evo, Milano, 1984 (I3 ed. 1925), p. 158.
Identico racconto è riportato da Corrado di Querfùrt, che localizza il prodigio all'isola d'Ischia.
Il motivo del «riposo dei dannati» è ricorrente nelle leggende medioevali.

5-VIRGILIO 6-I BAGNI
La vicinanza del monte Barbaro al lago d'Averne aveva dato adito, già nel medioevo, alla credenza in un legame tra il colle ed il mondo sotterraneo. Virgilio scende nell'Ade (la città sotto il monte) per farsi iniziare alla magia dal suo maestro ed il tutto è sintetizzato dal ritrovamento di un «libro del comando» sotto le spoglie di un sapiente.
6-Considerando ancora il preditto poeta eximio (Virgilio) che in-della parte di Baia appresso di Cuma erano le acque calde, avendo diversi cursi sotto terra per le vene e macerie di diverse operazioni di solfo, zoè di allume e di ferro, di pece e di argento vivo, le quali acque abundavano di diverse virtute; considero adunca di f arene edificare per la comune salute de li citadini di Napoli e per la utilità di tutta la republica multi e diversi bagni; e massimamente quel bagno lo quale è chiamato Tritola, in-del quale erano scritti tutti li nomi e virtute di tutte le acque, specificatamente per sottile magisterio defrabiche designate, a ciò che li poveri malati senza aiuto o consiglio di medici, di quali senza alcuna carità domandano esserne pagati, potesseno de la desiderata sanità trovare remedio di loro infìrmitate. In-de-li quali bagni li cattivi medici di Salerno dimostrare la loro poca carità e grande loro iniquità, impero che una notte, navigando perfi' a li ditti bagni, diguastaro tutte le scritture e pinture scritte epente in-de-li bagni con ferri et altri instrumenti da dirompere li ditti edificii. La insta e condegna virtù di Dio lipunìo: che, come li ditti medici ritornavano a Salerno per mare, furono assaltati da una grandissima tempestate e fortuna di mare, onde tutti annegare per la detta tempestate, excepto uno, lo quale manifestao questa cosa, e dicesse che proprio annegare intra Capre e
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Anonimo del XIV secolo, Cronaca di Partenope, a cura di A. ALTAMURA, Napoli, 1974, p. 79.
Il racconto farebbe ipotizzare che in età medioevale i bagni di Baia, apprezzati per le loro virtù finanche nei secoli bui delle invasioni barbariche, fossero discreditati dalla famosa scuola medica salernitana. Resta da considerare che Pietro da Eboli, cantore delle acque termali flegree, sembra essere stato un medico appartenente proprio a tale illustre scuola.

7-LA GROTTA 8-MARIA PUTEOLANA
La crypta neapolitana (o grotta di Pozzuoli) è stata da secoli considerata, oltre che come camminamento, ma anche come luogo sacro. I culti pagani a Mitra e Lampsaco, nonchè quelli cristiani alle madonne dell Idria e di Piedigrotta, ne sono una testimonianza. Tra i due momenti si insensce il culto a Virgilio-mago.la cui tomba è stata identificata dalla tradizione in un colombario
sito presso l’ingresso orientale della grotta.
Dopo molte scuse, perchè diceva di avere male ad un braccio, chiese che a lei si recasse una pesantissima pietra, e una grand asta di ferro, e poich'essa l'ebbe lanciata nel mezzo, invito gli altri a provarsi di fare lo stesso. Dirollo in poche parole: dopo lunghi contrasti, siccome avviene fra persone di condizioni uguali, con accesissima gara tutti lo fecero, ed ella intanto giudicava in silenzio delle forze di ciascuno.
Da ultimo lanciandole ella stessa senza fatica, a tutti si dimostro superiore, che tutti di stupore, io di vergogna ancora ne rimasi compreso, e partimmo di quel luogo incerti se s'avesse a prestar fede a' nostri occhi, o fossimo da qualche prestigio rimasi illusi.
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Lettera di Francesco Petrarca al cardinale Giovanni Colonna, datata 23 novembre 1343 (Epistolae de rebus familiaribus, V, IV), in F. Petrarca, Lettere, trad.G. FRACASSETTI,Firenze 1864 II p 20 sg.
Ancora vivente la virago, già si favoleggiava sulle sue presunte imprese, come precisa lo stesso Petrarca in questa lettera. Comunque, al di fuori di questa testimonianza, non abbiamo nessuna altra notizia fondata riguardante Maria. Per quanto non vi è ragione di dubitare su quanto riferito dal Petrarca, è da considerare che nelle epistole la fantasia del poeta prende, talvolta, il sopravvento sulla imparzialità del testimone.

9-PIETRO DI PACE 10-L’AVERNO
D.A. PAPPINO, Teatro eroico, e politico de' governi de' Viceré del Regno di Napoli, ivi, 1692-94, p. 47
Tutte le gallerie del territorio furono interessate a queste vane ricerche, per quanto le grotte del monte Barbaro godettero di maggior fama presso gli avventurieri.
10-Ove si vede Tripergola, e il bagno dell'Arco, e il bagno di Raniero, e il bagno Vecchio di Tripergola, vi è il monte di Christo, così nominato, secondo il volgo, perché dicono, che Christo nostro redentore, nel tempo, che risuscitò da morte in vita, e scese nell'Inferno a liberar l'anime de' Santi Padri, 'che stavano nel Limbo; nel passare poi che fece dall'Averno, cioè dall'Inferno, con le squadre de' Santi Padri, pigliò detto gran monte, e otturò la bocca dell'Inferno, e per questo vogliono alcuni, che si chiami monte di Christo.
S. MAZZELLA, Sito et antichità della città di Fazzuolo..., Napoli, 1606 (I-1 ed. 1591), p. 83.
Il motivo della discesa nell'Ade, ricorrente nella mitologia classica (Ulisse, Enea, Orfeo, Èrcole), è ancora presente in età medioevale in chiave cristiana. Questa volta Cristo è l'eroe che scende e ritorna dagli Inferi per la salvezza dell'umanità, come ci è dato da intendere dalla raffigurazione della chiusura della bocca infernale a mezzo del «monte di Cristo» (attuale monte Barbaro).

11-I DIAVOLI 12- LA PIETRA DI SANGUE
11-Mi raccontò un giorno il Vescovo (Leonardo Vairo) che gli anni a dietro ad'un giovane Pugliese, che studiava in Napoli, essendo stato rubato ciò che haveva; faftosi tentare dal Diavolo, gli promise, che se gli avesse fatto recuperare la robba perduta, gli havrebbe fatta promissione di darsegli in potestà, con farne di ciò testimonianza in una poliza scritta col suo proprio sangue. E per'esseguire questa diabolica volontà, se n'andò alla Solfatara, ove invocato il Diavolo, cavatesi sangue dal braccio scrisse la poliza. Il che non tantosto fece, che si vidde in tanta confusione, e con tanti Diavoli attorno, chefattosi il segno della Croce, si ritiro al Convento de Padri Cappuccini, e narrato il tutto al Guardiano, volle questo buon 'P rate farne partecipe il Vescovo, ch'haveva carico da Roma di riconoscer tutti i negotii di Religione. E'l Vescovo volle avisarne sua Santità, il quale comando, che si cercasse per'il giovane, e che fusse condannato nelle galere, come veramente fu esseguito.
G.C. CAPACCIO, La vera antichità di Fazzuolo..., Roma, 1652 (I3 ed. 1607), p. 111.
I boati della Solfatara, causati dai noti eventi sismici del XVI secolo, dovettero dar origine a questa leggenda.
Il Vairo, vescovo di Pozzuoli dal 1587 al 1603, fu autore di un trattato sulla magia (De fascino, 1583), la cui lettura aiuta a comprendere il realismo del racconto. Scrive il vescovo, ad esempio, che la fascinazione (ossia la jettatura) è «una qualità perniciosa indotta per arte di dèmoni, in virtù di un patto tacito od espresso con i dèmoni».
12-Quivi {presso
P. SARNELLI, Guida de'forestieri curiosi di vedere e d'intendere le cose più notabili di Fazzuoli..., Napoli, 1702 (I» ed. 1685), p. 44 sg.
Nel '500, per giustificare l'origine delle ampolline custodite nel Duomo di Napoli e contenenti il preteso sangue di san Gennaro, cominciò a circolare la leggenda della pia donna che raccolse le reliquie.
La stessa leggenda, con opportune variazioni, servì poi ad avvalorare la credenza di macchie dello stesso sangue sulla pietra custodita nel santuario di S. Gennaro alla Solfatara (ovvero il blocco stipite di un altare paleocristiano).
Il fenomeno del ravvivamento delle macchie è documentato in epoca successiva alla divulgazione di questa leggenda, in quanto le prime notizie risalgono al 1744.

13-I SARACENI 14-LA PALLA D’ORO
P. SARNELU, Guida de'forestieri curiosi di vedere e d'intendere le cose più notabili di Fazzuoli..., Napoli, 1702 (la ed. 1685), p. 46.

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